La consapevolezza della minaccia dei media.

Stasera come quasi tutte le sere ho aperto Netflix per scegliere un film da guardare prima di addormentarmi, la mia attenzione però è caduta su un documentario (prodotto da Netflix) dal titolo “The Social Dilemma”, un documentario che ti consiglio caldamente di guardare (direi che devi guardarlo per forza se hai figli di età pre-adolescenziale o adolescenziale).

Il tema a me non era nuovo, sono una studentessa di Comunicazione, ICT e Media, quindi molte delle cose che venivano dette nel documentario le avevo già sentite dire dai professori, le avevo lette sui libri e ne avevo dibattuto con colleghi universitari.

Questa premessa è fondamentale per me perché il documentario faceva riferimento alle fakenews per esempio e come posso essere sicura di non ascoltare solo baggianate? Non mi posso fidare solo della scritta “documentario” ho necessità di documentarmi io stessa, e, l’ambiente universitario mi è sembrato autorevole abbastanza da poter confermare le tesi esposte da “The Social Dilemma”.

Gli argomenti chiave di questo documentario riguardano il modo in cui noi interagiamo, ci lasciamo manipolare e cambiamo anche il nostro essere in base ai media; che poi per essere più precisi non sono i “social media” di per sé bensì gli algoritmi che stanno dietro queste tecnologie.

Cosa fanno questi algoritmi di così grave da doverne parlare in un documentario?

Questi algoritmi apprendono in autonomia i nostri comportamenti e ogni giorno si migliorano sempre di più per riuscire a richiamare tutta la nostra attenzione su un piccolissimo schermo. 

Non ce ne rendiamo conto, ma siamo persuasi e assuefatti da quello che gli algoritmi decidono di mostrarci, viviamo in una bolla costruita intorno a noi.

Quando parliamo di questa bolla costruita intorno a noi facciamo rifermento a quello che viene chiamato individualismo di rete, con questo termine non si intende che ciascuno pensa a se stesso e pubblica tante foto di sé e di quello che fa, ma si intende il fatto che il mondo che noi vediamo sui nostri social, e più in generale su internet, è un mondo costruito ad hoc per noi, non ha nulla di reale.

Per capirci meglio tenderai a trovare sempre sui social chi la pensa come te, chi fa il tuo stesso lavoro, chi condivide le stesse cose che piacciono a te; quello non è il mondo reale, il mondo reale è molto più variegato, ma non ci è dato vederlo con la testa sullo smartphone. 

Sui social vediamo mondi diversi, ogni persona vede la propria realtà dei fatti.

Quello che vediamo inoltre viene tracciato e valutato continuamente, non solo ciò che vediamo, ma anche per quanto tempo lo vediamo; la sfida dei grandi colossi è solo accaparrare la nostra attenzione, distrarci dal resto e tenerci incollati allo smartphone. 

Nel documentario “The Social Dilemma” oltre ad essere spiegato in modo dettagliato come veniamo costantemente monitorati, hanno fatto anche una simpatica personificazione degli algoritmi che creano i nostri feed social, in maniera molto scenica e incisiva una delle personificazioni degli algoritmi chiede alle altre 

“Vi siete mai chiesti se il feed fa bene a Ben?” 

(Ben = il ragazzo che stava sui social a cui l’algoritmo personificato mostrava i post)

Ecco e ora mi chiedo, ti chiedo “ma il feed che sto guardando mi fa bene?”

 “il feed che sta guardando mia figlia o mio figlio gli fa bene?”

Ecco la risposta sincera tendenzialmente è no!

Perché no? Per diverse ragioni, una molto banale, ma che trovo molto incisiva è che (1) le notizie false si diffondono molto più velocemente di quelle vere, quindi se non confrontiamo le notizie che troviamo con fonti più autorevoli di un qualcuno che le ha scritte su Facebook, probabilmente ci conviene prenderle con le pinze. (2) Il modello imprenditoriale che sta alla base di ogni social è solo quello di capitalizzare l’attenzione, cioè tenere le persone incollate allo schermo creando una vera e propria dipendenza. (3) Costruiamo una vita attorno ad un’idea distorta di perfezione percepita.

I media fruiti con lo smartphone sono basati su una tecnologia persuasiva, nel documentario fanno una bella analogia: possiamo paragonare il telefono ad una slot-machine, quando lo vediamo li sul tavolo sappiamo sempre che prendendolo potrebbe avere qualche sorpresa per noi e quindi via giochiamo a questa slot, prendiamo il telefono in mano, ovviamente qualcosa ci interessa e boom mezz’oretta della nostra giornata è passata e non sappiamo neanche bene come.

Un’altra ragione per cui i social soprattutto in giovane età non fanno molto bene è la storia dei like e dei cuori, quando è stata creata nessuno pensava che dovesse diventare una gara, doveva solo essere un’interazione eppure oggi esistono, NON POCHE, giovani a cui è stata diagnosticata depressione causata dal basso numero di like. 

Le ricerche riguardanti la correlazione tra i social media e la salute psicofisica solo moltissime al giorno d’oggi, quindi non mi dilungo oltre, tuttavia lo definirei un problema da non sottovalutare!

La nostra vita oggi è basata su algoritmi, che imparano molto più velocemente del cervello umano, capaci di manipolare le nostre scelte, che predicono le nostre azioni e che si aggiornano al solo scopo di NON farci schiodare da lì.

Il fatto che la nostra vita sia pervasa di intelligenze artificiali che studiano ogni nostra mossa, personalmente un po’ mi spaventa.

Dopo aver visto “The Social Dilemma” mi sono scaturite due riflessioni, una più profonda e una molto meno, ma comunque curiosa.

Partendo dalla riflessione meno profonda: perché Netflix che è a sua volta una piattaforma che ci studia e studia le nostre preferenze e ci fa comparire i contenuti in base a cosa ci piace decide di produrre un documentario contro le piattaforme?

La seconda: non credo che la soluzione sia l’eliminazione dei propri profili da tutti i social media, bensì un utilizzo consapevole di questi. 

Un utilizzo consapevole può ad esempio comportare l’eliminazione delle notifiche, così entro su Instagram perché ho voglia di vedere Instagram, non perché me l’ha detto Instagram stesso! Potremmo mettere dei timer dopo 15-20 minuti forse è il caso di chiudere l’applicazione.

Insomma bisognerebbe adottare delle strategie per fare in modo di essere noi ad usare i social media come strumento e non farci usare dai social media come strumento di guadagno, perché ricordiamoci sempre che se non stiamo pagando per quel servizio siamo noi il prodotto che viene venduto.

Tutto quello che ho scritto e tutto il documentario “The Social Dilemma” per me può essere riassunto in una parola #CONSAPEVOLEZZA.